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Socrate condannato

399 a.C. Agorà di Atene (Grecia)

In breve

Socrate passava le giornate nelle piazze di Atene a fare domande: che cos'è la giustizia? che cos'è il coraggio? Diceva di sapere una cosa sola, cioè di non sapere, e aiutava gli altri a ragionare con la propria testa. Non scrisse nulla: lo conosciamo grazie ai suoi allievi, soprattutto Platone. Nel 399 a.C. fu accusato di non rispettare gli dèi della città e di corrompere i giovani, e venne condannato a morte.

Perché è importante La sua morte, accettata senza fuggire, fece di lui il simbolo di chi resta fedele alle proprie idee.

Fonte: Treccani, voce «Socrate»

Illustrazione: Socrate condannato (Agorà di Atene (Grecia))
Illustrazione creata con l'IA per Storiascopio
Socrate condannato: Agorà di Atene (Grecia)
Dove: Agorà di Atene (Grecia)

Scheda per studiare circa 6 minuti di lettura

Il racconto

L'uomo che faceva domande

Socrate nacque ad Atene nel 470 o 469 a.C. Suo padre, Sofronisco, era forse uno scultore, ma non è sicuro; sua madre, Fenarete, faceva la levatrice. Si sposò con Santippe e ebbe tre figli. Da giovane fece il soldato come oplita, il fante con scudo e lancia: partecipò a tre campagne della guerra del Peloponneso, a Potidea, a Delio e ad Anfipoli. Si racconta che in guerra si distinguesse per coraggio e resistenza.

Non era un maestro come gli altri. Non teneva lezioni a pagamento e non scrisse libri. Passava le giornate nell'agorà, la piazza di Atene, fermava le persone più diverse, politici, artigiani, giovani, e faceva domande: che cos'è la giustizia? che cos'è il coraggio? che cos'è la virtù? Quando qualcuno rispondeva, Socrate faceva un'altra domanda, poi un'altra ancora, finché l'interlocutore si accorgeva di non sapere davvero ciò che credeva di sapere.

Sapere di non sapere

Perché si comportava così? Il racconto più famoso viene da Platone. Un amico di Socrate, Cherefonte, andò al santuario di Delfi e chiese all'oracolo di Apollo, la Pizia, chi fosse l'uomo più sapiente di Atene. La risposta fu: Socrate. Lui ne fu sorpreso, perché diceva di non sapere nulla. Allora cominciò a interrogare gli Ateniesi che passavano per sapienti, per capire che cosa volesse dire l'oracolo. Concluse che gli altri credevano di sapere e non sapevano, mentre lui almeno sapeva di non sapere. Era sapiente soltanto in questo.

Il metodo che usava si chiama «maieutica», che significa «arte della levatrice», come sua madre. Come una levatrice fa nascere i bambini, Socrate voleva aiutare le persone a far nascere le idee che avevano già dentro, ragionando con la loro testa. Per questo usava domande brevi e semplici, in contrasto con i lunghi discorsi dei sofisti, i maestri di retorica che insegnavano a convincere. Spesso usava l'ironia, cioè fingeva di non sapere per far riflettere.

Un cittadino scomodo

Quello che Socrate faceva non piaceva a tutti. Mostrare davanti ai giovani che i potenti non sapevano ciò che dicevano di sapere poteva essere molto irritante. In più, alcuni dei suoi frequentatori avevano avuto un brutto ruolo nella storia di Atene. Crizia era stato il capo dei Trenta Tiranni, il regime oligarchico imposto da Sparta dopo la guerra, mentre Alcibiade aveva tradito Atene passando dalla parte di Sparta. Quando la democrazia tornò al potere, molti guardarono con sospetto chi era stato il maestro di quegli uomini.

Il processo

Nel 399 a.C. Socrate fu accusato davanti al tribunale popolare. L'accusa ufficiale era di non riconoscere gli dèi della città e di corrompere i giovani. L'accusatore formale era un certo Meleto, ma dietro di lui c'erano Anito e Licone, esponenti del regime democratico. La giuria era formata, probabilmente, da 501 cittadini. Socrate si difese con un discorso che Platone ci ha tramandato, l'«Apologia di Socrate». Non chiese pietà e non cambiò il suo modo di parlare.

Fu dichiarato colpevole, ma di poco: secondo Platone sarebbero bastati trenta voti in più per assolverlo (si ricostruisce un 280 contro 221). A quel punto si doveva decidere la pena: l'accusa chiese la morte; secondo l'uso, anche l'accusato poteva proporre un'alternativa. Socrate propose di essere mantenuto a spese della città nel Pritaneo, poi di pagare una multa di una mina e infine, su insistenza degli amici, di trenta mine. I giudici non accettarono: con circa 360 voti contro 140 (cifre tradizionali) scelsero la pena di morte, che si eseguiva con una bevanda di cicuta, un veleno.

Gli ultimi giorni

Gli amici organizzarono un piano per farlo fuggire dal carcere. Socrate rifiutò. Nel dialogo «Critone» Platone racconta le sue ragioni: aveva vissuto per tutta la vita sotto le leggi di Atene e non voleva violarle proprio ora, anche se pensava che la sentenza fosse ingiusta. Nel «Fedone» Platone descrive gli ultimi momenti, con i discepoli attorno a lui che parlano dell'anima.

Come sappiamo di lui

Dato che Socrate non scrisse nulla, il Socrate che conosciamo è quello raccontato dai suoi allievi. Platone gli dedicò quasi tutti i suoi dialoghi. Senofonte ne scrisse in modo diverso, e il commediografo Aristofane lo mise in scena nella commedia «Le nuvole», come uno strano maestro con la testa fra le nuvole. Le tre immagini non coincidono, ed è difficile separare l'uomo reale dal personaggio. Quello che resta chiaro è il suo metodo: porre domande, controllare le risposte, non accontentarsi delle opinioni comuni.

Perché successe

Il processo fu il frutto di un momento difficile. Atene era appena uscita dalla guerra del Peloponneso, aveva perso e aveva vissuto la dittatura dei Trenta Tiranni. La democrazia era stata restaurata, ma c'era paura e diffidenza. Chi poteva essere associato ai tiranni o ai traditori rischiava molto, e Socrate era stato il maestro sia di Crizia sia di Alcibiade.

Contava anche il suo carattere. Socrate metteva in discussione le convinzioni degli Ateniesi, compresi i politici e i maestri più rispettati, e non sopportava le risposte superficiali. Per molti era un modo di aiutare la città a pensare; per altri, un pericoloso provocatore che indeboliva il rispetto per le tradizioni e per gli dèi. Le accuse di empietà e di corruzione dei giovani furono la forma legale di un sentimento di ostilità.

Cosa cambiò

La morte di Socrate lasciò un segno profondo, soprattutto su Platone, che fu suo allievo. Platone scrisse i suoi dialoghi per difendere la memoria del maestro e continuare la sua ricerca, e più tardi fondò l'Accademia. Da lì nacque una catena di filosofi: Platone, Aristotele e tutti quelli che li seguirono.

Socrate è diventato un simbolo. Rappresenta l'idea che pensare liberamente e cercare la verità siano più importanti della sicurezza personale, e che chi vive in una comunità debba rispettarne le leggi anche quando le trova ingiuste. Per questo il suo caso viene ancora studiato nelle scuole, e molte persone si sono richiamate a lui quando si sono trovate di fronte a un potere che voleva farle tacere.

Rimane anche un monito. Atene, che si vantava della sua libertà di parola, condannò a morte il più celebre dei suoi cittadini per le sue idee. È una lezione su quanto le democrazie debbano stare attente a proteggere il dissenso, soprattutto nei periodi di paura. Oggi, nel linguaggio comune, «metodo socratico» e «ironia socratica» indicano il modo di far riflettere gli altri con le domande.

Persone e luoghi chiave

Persone

Socrate
Filosofo ateniese (470/469 - 399 a.C.) che cercava la verità interrogando le persone.
Platone
Suo allievo: nei dialoghi racconta il processo e la morte del maestro.
Meleto, Anito e Licone
Gli accusatori di Socrate: Meleto di fronte alla giuria, gli altri due dietro di lui.
Cherefonte
Amico di Socrate che chiese all'oracolo di Delfi chi fosse il più sapiente.
Santippe
La moglie di Socrate, madre dei suoi tre figli.

Luoghi

Agorà di Atene
La grande piazza dove Socrate parlava con la gente.
Delfi
Santuario di Apollo, dove l'oracolo diede la risposta su Socrate.
Potidea, Delio e Anfipoli
Le località delle tre campagne militari in cui Socrate combatté come soldato.

Da sapere

  • La giuria che giudicò Socrate era composta da 501 cittadini.
  • Per lui l'unica vera sapienza era sapere di non sapere.
  • La parola «maieutica» deriva dal greco «levatrice», il mestiere di sua madre Fenarete.
  • Socrate rifiutò di fuggire dal carcere, anche se i suoi amici avevano già organizzato un piano.
  • Socrate compare anche nella commedia «Le nuvole» di Aristofane, che lo prendeva in giro mentre era ancora vivo.

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