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Australopiteco Lucy

circa 3,2 milioni di anni fa Hadar, Etiopia

In breve

Lucy è lo scheletro di un'australopiteca vissuta circa 3,2 milioni di anni fa in Etiopia e ritrovata nel 1974. Era alta poco più di un metro e camminava eretta, ma sapeva ancora arrampicarsi bene sugli alberi. Del suo scheletro si è conservato circa il 40 per cento.

Perché è importante Dimostrò che i nostri antenati camminavano su due gambe molto prima di avere un cervello grande.

Fonte: Institute of Human Origins (Arizona State University), «Lucy's Story»

Illustrazione: Australopiteco Lucy (Hadar, Etiopia)
Illustrazione creata con l'IA per Storiascopio
Australopiteco Lucy: Hadar, Etiopia
Dove: Hadar, Etiopia

Scheda per studiare circa 5 minuti di lettura

Il racconto

Una mattina nel deserto dell'Afar

La mattina del 24 novembre 1974 l'americano Donald Johanson e il suo studente Tom Gray uscirono dal campo per controllare una zona di Hadar, nel deserto dell'Afar, in Etiopia. Faceva già caldo. Sul fianco di un piccolo burrone Johanson notò un frammento d'osso che sporgeva dalla terra: l'osso di un braccio. Poco più in là c'era un pezzo di cranio, poi una costola, poi parte di un femore e di una mandibola. Ossa di una sola creatura, non sparpagliate da animali come spesso accade. Nei due giorni successivi, tutta la squadra setacciò il pendio e recuperò centinaia di frammenti: circa il 40 per cento di uno scheletro, un'eccezione rarissima per fossili così antichi.

La sera il campo festeggiò. Alla radio passava una canzone dei Beatles, «Lucy in the Sky with Diamonds», e qualcuno propose il nome. Lo scheletro, catalogato con la sigla AL 288-1, divenne per tutti Lucy. In Etiopia ha anche un nome nella lingua amarica, Dinkinesh, che significa «tu sei meravigliosa».

Com'era Lucy

Lucy era un'adulta della specie Australopithecus afarensis, «scimmia del sud dell'Afar». Visse circa 3,2 milioni di anni fa. Era alta poco più di un metro e pesava forse trenta chilogrammi: una creatura piccola, con braccia piuttosto lunghe, un cervello di circa 400 centimetri cubi (un terzo del nostro) e un volto con la mascella sporgente. Il bacino e le gambe mostrano chiaramente che camminava eretta. Le dita ricurve, le spalle e le braccia lunghe ricordano invece che sapeva arrampicarsi bene sugli alberi, dove forse dormiva e si rifugiava.

Un indizio ancora più antico di questa andatura erano state le orme di Laetoli, in Tanzania: una lunga pista di impronte lasciate circa 3,7 milioni di anni fa su cenere vulcanica bagnata e fatte da individui della stessa specie. Furono scoperte tra il 1976 e il 1978 dalla squadra di Mary Leakey. Lucy dava ora un corpo a quei passi.

Perché fece tanto rumore

Fino a quel momento molti studiosi pensavano che i nostri antenati avessero cominciato a camminare in piedi dopo aver sviluppato un cervello grande. Lucy mostrava l'opposto: il corpo era già quasi umano nelle gambe, mentre la testa era ancora scimmiesca. L'ordine, quindi, era: prima i piedi, poi il cervello. Il ritrovamento ebbe un'eco mondiale e mise la paleoantropologia sulle prime pagine.

L'anno seguente, nel 1975, nello stesso luogo la squadra trovò in un unico punto i resti di almeno tredici individui: la cosiddetta «Prima famiglia», forse un gruppo morto insieme. Altre scoperte in Etiopia raccontarono la crescita di questi esseri: nel 2000 a Dikika fu trovata una bambina di 3,3 milioni di anni, detta Selam («pace»), con le ossa ancora quasi intatte. Il nome Lucy rimane però il più famoso.

Lucy dopo la scoperta

Lo scheletro originale è custodito nel Museo nazionale di Addis Abeba, in Etiopia, e viene mostrato raramente; chi visita il museo vede di solito una copia. Tra il 2007 e il 2013 i resti originali hanno viaggiato negli Stati Uniti per una grande mostra, una decisione molto discussa perché i fossili sono fragili. Nel 2016 un gruppo di ricerca dell'Università del Texas ha ipotizzato, esaminando le fratture delle ossa con la tomografia, che Lucy sia morta cadendo da un albero alto. Altri studiosi pensano invece che le fratture siano nate dopo la morte, dal peso dei sedimenti. Come sempre, la scienza lascia aperto il dubbio.

Neppure il ruolo di Lucy nell'albero genealogico è sicuro. Per decenni si è pensato che A. afarensis fosse un antenato del nostro genere Homo. Oggi molti la considerano più prudentemente un parente stretto della specie da cui provenne Homo, perché le datazioni e i fossili più recenti lasciano spazio a più possibilità. Per capire un'epoca così lontana contano molto i fossili nuovi: ogni stagione di scavo può cambiare la storia.

Perché successe

Lucy è un caso di buona fortuna scientifica. Più di tre milioni di anni fa, nel luogo dove fu trovata, c'erano un lago e una pianura fluviale, con sedimenti che coprivano rapidamente i corpi. Un corpo coperto subito dal fango o dalla cenere si conserva molto meglio di uno lasciato all'aperto, dove carnivori, vento e piogge disperdono le ossa.

La scoperta fu possibile anche perché, negli anni Settanta, spedizioni internazionali cominciarono a esplorare con metodo il Rift africano, la grande fenditura nella crosta terrestre dove l'erosione porta in superficie rocce antichissime. Johanson lavorava a Hadar con il geologo francese Maurice Taieb e con il paleontologo Yves Coppens.

La camminata di Lucy, infine, ha le sue cause: in un ambiente di boschi e praterie, camminare eretti era un modo economico di spostarsi, e restare capaci di arrampicarsi garantiva un rifugio dai predatori.

Cosa cambiò

Lucy cambiò il racconto dell'origine umana: dimostrò che l'andatura eretta era molto più antica dell'intelligenza grande e che la nostra storia non fu una corsa lineare verso il cervello. Oggi in tutti i libri di scuola c'è un posto per gli australopitechi e per questa creatura minuta.

Dopo di lei, i paleontologi hanno trovato centinaia di fossili di australopitechi, e hanno imparato a studiarli con nuovi strumenti: TAC, datazioni radiometriche sempre più precise, analisi dei denti e dei muscoli. Ciò che sappiamo oggi di come cresceva un australopiteco, di cosa mangiava e di come si muoveva viene in larga parte da quegli studi.

Lucy è diventata anche un simbolo culturale: appare nei musei di tutto il mondo, nei fumetti, nei documentari, e ha dato il nome a una sonda spaziale della NASA lanciata nel 2021 per visitare gli asteroidi. Il nome ricorda che la nostra storia ha radici in Africa, in un deserto oggi arido ma un tempo ricco di acqua.

Persone e luoghi chiave

Persone

Donald Johanson
Paleoantropologo americano (nato nel 1943). Il 24 novembre 1974 trovò con Tom Gray le prime ossa di Lucy a Hadar, in Etiopia.
Tom Gray
Studente americano, allora poco più che ventenne, che accompagnava Johanson quella mattina e lo aiutò a riconoscere le ossa.
Yves Coppens
Paleontologo francese (1934-2022), uno dei capi della spedizione internazionale in Etiopia, tra i più noti studiosi dell'origine umana.
Mary Leakey
Archeologa britannica (1913-1996). Tra il 1976 e il 1978 la sua squadra scoprì le impronte di Laetoli, in Tanzania, lasciate circa 3,7 milioni di anni fa da australopitechi simili a Lucy.

Luoghi

Hadar, regione dell'Afar (Etiopia)
Zona desertica del nord-est dell'Etiopia, famosa per i fossili antichissimi. Qui furono trovati Lucy e la «Prima famiglia».
Laetoli (Tanzania)
Località vicino alla gola di Olduvai dove una pista di orme di circa 3,7 milioni di anni mostra gli australopitechi che camminano in piedi.
Museo nazionale di Addis Abeba (Etiopia)
Il museo della capitale etiope, dove sono custoditi i resti originali di Lucy.

Da sapere

  • Il 40 per cento dello scheletro sembra poco, ma per un fossile di 3,2 milioni di anni è un record: di solito si trovano solo un dente o una scheggia.
  • Il nome Lucy viene da una canzone dei Beatles che suonava al campo la sera della scoperta; in Etiopia la chiamano anche Dinkinesh, «tu sei meravigliosa».
  • Lucy era alta circa 1,07 metri: più o meno come un bambino di sei anni di oggi, ma con ossa e muscoli da adulta.
  • Nel 2021 la NASA ha lanciato una sonda chiamata Lucy, che ha già visitato due asteroidi e andrà a studiare quelli vicini a Giove. Il primo asteroide visitato, nel 2023, si chiama Dinkinesh, come il nome etiope di Lucy.
  • Le impronte di Laetoli furono conservate dalla cenere di un vulcano, la stessa che le ha ricoperte e protette per oltre tre milioni di anni.

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