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2 · Preistoria scienza e tecnica

Primi utensili di pietra

circa 2,6 milioni di anni fa Africa orientale (Etiopia e Kenya)

In breve

Circa 2,6 milioni di anni fa, in Africa orientale, qualcuno cominciò a scheggiare i ciottoli per ottenere bordi taglienti. Con queste pietre si tagliava la carne e si rompevano le ossa per mangiare il midollo. Alcuni strumenti trovati in Kenya potrebbero essere ancora più antichi.

Perché è importante Da qui comincia la tecnologia umana: costruire un oggetto per fare qualcosa.

Fonte: Smithsonian, Human Origins Program, «Early Stone Age Tools»

Illustrazione: Primi utensili di pietra (Africa orientale (Etiopia e Kenya))
Illustrazione creata con l'IA per Storiascopio
Primi utensili di pietra: Africa orientale (Etiopia e Kenya)
Dove: Africa orientale (Etiopia e Kenya)

Scheda per studiare circa 5 minuti di lettura

Il racconto

Un sasso che diventa uno strumento

Prendi un ciottolo rotondo e uno più duro, e colpisci il primo di lato, con forza, nel punto giusto. Dal ciottolo si stacca una scheggia con un bordo affilato come un coccio di vetro. Sembra semplice, ma non lo è: bisogna scegliere la pietra adatta, colpirla con l'angolo giusto e capire in anticipo come si romperà. Eppure questo gesto, ripetuto da qualcuno in Africa orientale più di due milioni e mezzo di anni fa, è considerato l'inizio della tecnologia umana.

Le tracce più chiare di questa lavorazione, datate circa 2,6 milioni di anni fa, vengono dalla zona di Gona, in Etiopia, nella regione dell'Afar. Sono ciottoli di roccia vulcanica con scheggiature fatte apposta, insieme alle schegge staccate. Gli archeologi li ricordano anche con un nome di gruppo: Olduvaiano, dalla gola di Olduvai, in Tanzania, dove furono studiati per la prima volta da Louis e Mary Leakey, a partire dagli anni Trenta.

Come si usavano

Gli utensili olduvaiani sono semplici: ciottoli con alcune scheggiature (i «choppers», dall'inglese «to chop», tagliare a colpi), schegge taglienti, pietre usate come martello. Non hanno una forma decisa in anticipo, e chi li faceva voleva soprattutto ottenere un bordo che tagliasse. Sappiamo a cosa servivano grazie alle tracce lasciate sulle ossa di animali trovate insieme: segni sottili di taglio, lasciati da una scheggia affilata che staccava la carne, e colpi netti dove un grosso sasso aveva rotto l'osso per arrivare al midollo, ricchissimo di grassi.

Per chi non aveva zanne né artigli, questo era un grande vantaggio. Con una pietra affilata si poteva approfittare delle carcasse lasciate dai grandi felini, tagliando in fretta i pezzi migliori prima che tornassero i predatori. La carne e il midollo portavano alla dieta molte calorie e molte proteine, utili a far crescere un cervello grande.

Chi li fece?

Sembra naturale pensare a Homo habilis, il cui nome vuol dire «uomo abile». Ma i primi utensili hanno più o meno la stessa età dei più antichi fossili del genere Homo (una mandibola di 2,8 milioni di anni trovata in Etiopia nel 2015), e anche un australopiteco come Australopithecus garhi, che viveva nella stessa regione dell'Afar, è un candidato. La verità è che ancora non sappiamo con certezza chi fosse. Può darsi che più di una specie, anche tra quelle non umane, abbia scheggiato la pietra.

Del resto, gli utensili potrebbero essere ancora più antichi. Nel 2015 una squadra di ricercatori ha annunciato la scoperta, in un sito chiamato Lomekwi 3, sulla riva occidentale del lago Turkana, in Kenya, di pietre scheggiate di circa 3,3 milioni di anni fa. Sono più grandi e meno rifinite di quelle olduvaiane, e gli studiosi che le hanno descritte le chiamano «lomekwiane». Non tutti accettano la datazione e l'origine dei pezzi: il dibattito è aperto. Anche alcuni segni di taglio su ossa trovate a Dikika, in Etiopia, di circa 3,4 milioni di anni, sono discussi. Le date più sicure restano quelle degli utensili olduvaiani: circa 2,6 milioni di anni a Gona e, secondo uno studio del 2022, circa 2,9 milioni a Nyayanga, in Kenya.

Dopo gli utensili semplici

Per quasi un milione di anni gli strumenti restarono quasi uguali. Poi, circa 1,8-1,7 milioni di anni fa (forse un po' prima), comparvero i primi bifacciali, cioè le amigdale, lavorate su entrambe le facce. Questa tecnica si chiama Acheuleana, dal sito francese di Saint-Acheul, e richiede già un'idea precisa della forma finale. Fa parte dei progressi che racconteremo nelle schede di Homo erectus e del fuoco.

Ogni scheggia di pietra è dunque un messaggio che arriva da lontano: ci dice che qualcuno, tanto tempo fa, pensò prima a cosa voleva ottenere e poi agì per ottenerlo.

Perché successe

Intorno ai tre milioni di anni fa il clima africano, secondo molti studi, si raffreddò e si fece più secco. Le foreste si ridussero e le praterie si allargarono: c'erano meno frutti sugli alberi e più erbivori nella savana. Per i nostri antenati la carne diventava un'occasione da sfruttare.

Ma un ominino senza artigli e con denti piccoli non riusciva a tagliare la pelle di un animale morto. Una scheggia di pietra risolveva il problema: bastava saperla fare. Chi sapeva farlo mangiava meglio, e i suoi figli avevano più possibilità di sopravvivere.

Va aggiunto che gli scimpanzé di oggi usano già pietre per rompere le noci e bastoncini per pescare termiti. L'uso di strumenti, quindi, non è nato dal nulla; i nostri antenati lo portarono molto più avanti, passando dall'usare un oggetto trovato al fabbricarne uno.

Cosa cambiò

Con i primi utensili cambiò il rapporto tra esseri umani e ambiente. Per la prima volta una specie costruiva ciò che le mancava nel corpo: invece di aspettare che l'evoluzione le desse zanne, si fabbricava un coltello. Da allora la tecnologia e la biologia umana si sono influenzate a vicenda: mani, cervello e strumenti sono cresciuti insieme.

Imparare a scheggiare richiede tempo e insegnamento: i giovani devono osservare, provare e correggersi. Alcuni studiosi pensano che la trasmissione di questo sapere sia stata una delle prime forme di scuola, e forse una spinta alla comunicazione tra gli individui.

Le pietre scheggiate sono anche i documenti più numerosi della preistoria. La pietra non marcisce, e per milioni di anni è l'unica traccia di ciò che gli esseri umani facevano. Gli archeologi la studiano per ricostruire spostamenti, abitudini e rapporti tra gruppi, e in molte regioni l'abbondanza di strumenti dice più dei fossili stessi.

Persone e luoghi chiave

Persone

Sileshi Semaw
Archeologo etiope. Nel 1997 guidò lo studio degli utensili di Gona, in Etiopia, datati circa 2,6 milioni di anni fa.
Louis e Mary Leakey
Coniugi britannici nati in Kenya e Gran Bretagna, scavarono a lungo nella gola di Olduvai e furono i primi a descrivere gli utensili olduvaiani.
Sonia Harmand
Archeologa francese. Con la sua squadra annunciò nel 2015 le pietre di Lomekwi 3, in Kenya, che potrebbero avere 3,3 milioni di anni.

Luoghi

Gona, regione dell'Afar (Etiopia)
Zona di rocce e gole nel deserto dell'Afar dove furono trovati utensili di pietra datati con sicurezza a circa 2,6 milioni di anni, tra i più antichi noti (a Nyayanga, in Kenya, se ne sono datati di circa 2,9 milioni).
Gola di Olduvai (Tanzania)
Profonda spaccatura nella savana da cui prende il nome l'industria olduvaiana. Qui lavorarono a lungo i Leakey.
Lomekwi, lago Turkana (Kenya)
Sito sulla riva occidentale del lago Turkana, dove sono state trovate pietre scheggiate che potrebbero avere 3,3 milioni di anni.

Da sapere

  • Oggi i ricercatori imparano a fabbricare gli utensili olduvaiani con prove fatte da soli: dopo qualche ora si riesce a ottenere una scheggia che taglia, ma ci vogliono mesi per farlo bene.
  • Gli scimpanzé della Costa d'Avorio usano pietre come martello e incudine per rompere le noci da oltre 4.000 anni: lo si sa dagli strumenti trovati nel terreno.
  • La parola «olduvaiano» viene da Olduvai, nome che deriva da una parola della lingua masai per una pianta selvatica, la sansevieria, che cresce in quella gola.
  • Per ottenere una scheggia utile si sceglie spesso una roccia vulcanica o la selce; i primi artigiani trasportavano a volte la pietra giusta per chilometri.
  • Una scheggia si riconosce anche dopo milioni di anni dal punto in cui è stata colpita e da un piccolo rigonfiamento lasciato dall'urto: sono i segni che cercano gli archeologi per distinguerla da un sasso rotto per caso.

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