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3 · Civiltà dei fiumi scienza e tecnica

Geroglifici egizi

circa 3200 a.C. Abido, Egitto

In breve

Nella tomba di un re ad Abido, in Egitto, sono state trovate piccole etichette d'osso e d'avorio con alcuni dei geroglifici più antichi conosciuti. I geroglifici mescolavano disegni che indicano cose e segni che indicano suoni. Gli Egizi li scolpivano sui templi e li dipingevano nelle tombe; per i documenti di ogni giorno usavano una scrittura più veloce. Nel 1822 il francese Champollion riuscì a decifrarli grazie alla Stele di Rosetta.

Perché è importante Grazie ai geroglifici possiamo leggere ciò che gli Egizi stessi raccontavano di sé.

Fonte: Encyclopaedia Britannica, «Hieroglyph»

Illustrazione: Geroglifici egizi (Abido, Egitto)
Illustrazione creata con l'IA per Storiascopio
Geroglifici egizi: Abido, Egitto
Dove: Abido, Egitto

Scheda per studiare circa 7 minuti di lettura

Il racconto

Piccole etichette in una tomba antichissima

Nel deserto vicino ad Abido, nell'Alto Egitto, c'è un cimitero chiamato dagli arabi Umm el-Qa'ab, «la madre dei vasi rotti», perché il suolo è coperto di cocci lasciati da offerte antichissime. Qui furono sepolti i primi re d'Egitto. Negli anni Ottanta del Novecento l'archeologo tedesco Günter Dreyer, dell'Istituto archeologico germanico, scavò una tomba di mattoni crudi con dodici stanze, che gli studiosi chiamano U-j. Era stata saccheggiata già in antico, ma tra i detriti rimanevano circa centonovanta piccole etichette di osso e di avorio, grandi come un francobollo, con un forellino per il filo. Su ciascuna erano incisi pochi segni. E c'erano segni simili dipinti o incisi su moltissimi vasi.

Quei segni, datati verso il 3300 a.C. circa, sono tra i geroglifici più antichi conosciuti. Le etichette servivano probabilmente a indicare da dove venivano le merci o di chi erano: un segno di luogo, un segno di quantità, un segno di nome. Anche in Egitto, come in Mesopotamia, la scrittura nacque in un ambiente di amministrazione e di conti, vicino ai magazzini di un potente. Il proprietario della tomba, forse un re di nome Scorpione (un nome letto da un segno a forma di scorpione), era dunque un uomo che aveva bisogno di mettere in ordine le sue ricchezze.

Come funzionano i geroglifici

La parola «geroglifico» viene dal greco e significa «scrittura sacra incisa»: la usavano i Greci quando vedevano quei disegni sulle pareti dei templi. Gli Egizi li chiamavano invece «le parole del dio». Ogni segno è un piccolo disegno: un uccello, una mano, un'onda, un occhio. Ma un segno può avere tre usi diversi.

Il primo è di essere un disegno che indica proprio la cosa rappresentata: il disegno di un sole significa «sole». Il secondo è di indicare un suono: il disegno di una bocca indica la lettera r. Il terzo è di essere un «determinativo», cioè un segno silenzioso, messo alla fine della parola per dire di che genere di cosa si parla: una figura di uomo seduto per i mestieri, due gambe per le parole di movimento, un rotolo di papiro per le idee astratte. Fanno un po' lo stesso lavoro delle immagini che accompagnano una parola difficile.

I segni usati nei testi del periodo classico erano alcune centinaia; in età tarda divennero più di cinquemila. Si potevano scrivere da destra a sinistra, da sinistra a destra o dall'alto in basso: per capire il verso basta guardare in che direzione guardano gli uccelli e gli uomini, perché i volti sono girati verso l'inizio della riga.

Tre scritture per tre usi

I geroglifici erano una scrittura bella, adatta ai templi, alle tombe e ai monumenti. Per scrivere in fretta su papiro con un pennello di giunco, gli scribi usavano la scrittura ieratica, una versione corsiva e semplificata. Dal VII secolo a.C. si diffuse poi la demotica, ancora più rapida, adoperata per documenti, lettere e contratti. Gli scribi erano molto rispettati: il loro mestiere richiedeva anni di scuola e dava accesso agli uffici del faraone. Una famosa frase egizia dice che il mestiere dello scriba è migliore di ogni altro.

L'ultimo geroglifico e il silenzio

Per più di tremila anni gli Egizi scrissero con i geroglifici. L'ultima iscrizione datata che conosciamo è nel tempio di File, nel sud, e porta la data del 24 agosto 394 d.C. Poi i templi pagani furono chiusi, la lingua cambiò e la conoscenza della scrittura sacra si perse. Per oltre millequattrocento anni nessuno seppe leggere quei segni. Alcuni studiosi, come il gesuita Athanasius Kircher nel Seicento, credevano che ogni disegno fosse un simbolo misterioso, e le loro spiegazioni erano pura fantasia.

La chiave di Rosetta

La svolta arrivò nel 1799, quando i soldati francesi della spedizione di Napoleone in Egitto, mentre rafforzavano un forte vicino a Rashid (Rosetta), trovarono una grande lastra di pietra nera. Portava lo stesso decreto, del 196 a.C., scritto in tre modi: in geroglifico, in demotico e in greco. Poiché il greco si sapeva leggere, la pietra poteva dare la chiave. Fu portata a Londra, dove si trova ancora al British Museum.

Il lavoro di decifrazione fu lungo. L'inglese Thomas Young capì che alcuni segni chiusi in un ovale, il cartiglio, scrivevano nomi di re. Ma fu il francese Jean-François Champollion, un genio delle lingue che conosceva il copto (l'ultima forma della lingua egizia), a trovare il principio completo. Il 27 settembre 1822 presentò all'Accademia di Parigi la sua «Lettera al signor Dacier», in cui dimostrava che i geroglifici erano una scrittura che univa segni di suono e segni di significato. Si dice che, dopo aver capito, svenne per l'emozione. Dopo di lui, per la prima volta dopo oltre millequattrocento anni, fu possibile leggere gli Egizi nelle loro parole.

Un dubbio ancora aperto

Gli studiosi non sanno ancora se gli Egizi abbiano inventato la scrittura da soli o se l'idea sia arrivata dalla Mesopotamia, dove la scrittura cuneiforme è un po' più antica. Le prove sono poche. Per alcuni i segni egizi sono troppo diversi per essere copiati; altri pensano che sia arrivata l'idea di scrivere, ma non i segni. Le scoperte di Abido hanno reso la gara molto più vicina di quanto si credesse.

Perché successe

I geroglifici nacquero perché un regno in crescita aveva bisogno di organizzare ricchezze, magazzini e tributi. Chi governava la valle del Nilo doveva ricordare da dove arrivava ogni oggetto, quanto era stato consegnato e a chi apparteneva. Le etichette di Abido mostrano proprio questo: un modo per ricordare la provenienza di un bene.

Un'altra causa fu religiosa e politica. I re volevano che il loro potere fosse visibile nei monumenti, e dare un nome a un re, a un dio o a un luogo con segni solenni rendeva quei nomi più forti. La scrittura sacra aveva dunque, fin dall'inizio, anche un valore magico: scrivere un nome era un po' farlo vivere.

Infine, l'ambiente aiutò. L'Egitto aveva il papiro, una pianta che cresce nelle paludi del delta, con cui si fabbricavano fogli leggeri, e aveva la pietra per le iscrizioni dei templi. Con due supporti così diversi si svilupparono due scritture, quella monumentale dei geroglifici e quella corsiva dello scriba.

Cosa cambiò

La scrittura permise alla burocrazia egizia di governare un regno lungo oltre mille chilometri, di tenere i registri delle tasse, dei raccolti e dei lavoratori, e di costruire opere immense come le piramidi, che richiedevano calcoli e liste di materiali. Senza scribi niente piramidi.

Grazie ai geroglifici abbiamo testi di ogni genere: i Testi delle Piramidi, il Libro dei Morti, racconti di viaggi, lettere, canzoni d'amore, ricette mediche, favole. Possiamo leggere gli Egizi nelle loro parole, non solo attraverso ciò che dicevano di loro i Greci o i Romani. Dalla decifrazione di Champollion nacque l'egittologia, la scienza che studia l'antico Egitto.

I geroglifici hanno anche influenzato l'alfabeto: secondo molti studiosi, intorno al 1800 a.C., in Sinai, alcuni lavoratori semitici presero alcuni segni egizi e li usarono per rappresentare i primi suoni della loro lingua. Quel sistema, passando dai Fenici ai Greci e ai Romani, è all'origine delle lettere con cui stai leggendo questa pagina.

Persone e luoghi chiave

Persone

Günter Dreyer
Egittologo tedesco (nato nel 1943). Dirige gli scavi di Abido e nella tomba U-j ha trovato le etichette con i geroglifici più antichi.
Jean-François Champollion
Studioso francese (1790-1832). Nel 1822 trovò il modo di leggere i geroglifici, usando la Stele di Rosetta e la sua conoscenza del copto.
Thomas Young
Medico e scienziato inglese (1773-1829). Capì per primo che i cartigli contenevano nomi di re e fece i primi passi verso la decifrazione.
Athanasius Kircher
Gesuita tedesco del Seicento che pubblicò traduzioni fantasiose dei geroglifici: un esempio di come, senza la chiave giusta, si possa sbagliare del tutto.

Luoghi

Abido (Egitto)
Antica città sacra nell'Alto Egitto. Il suo cimitero, Umm el-Qa'ab, ospita le tombe dei primi re e le etichette con i geroglifici più antichi.
Rashid, o Rosetta (Egitto)
Città sul delta del Nilo dove i soldati francesi, nel 1799, trovarono la lastra che permise di leggere i geroglifici.
British Museum, Londra
Il museo che dal 1802 custodisce la Stele di Rosetta, una delle sue opere più visitate.

Da sapere

  • Le piccole etichette di Abido hanno un forellino: erano legate a vasi o a casse, come le etichette di un bagaglio.
  • Le righe si leggono verso il punto in cui guardano gli animali e le persone disegnate: se guardano a destra, si legge da destra.
  • Sulla Stele di Rosetta il testo è scritto tre volte: se un testo si capiva, gli altri due potevano essere letti per confronto. È come avere un dizionario con la traduzione.
  • L'ultima iscrizione in geroglifico che conosciamo è nel tempio di File e porta la data del 24 agosto 394 d.C.
  • Il cartiglio, l'ovale che racchiude il nome del re, rappresenta una corda annodata: simboleggiava che il faraone governava tutto ciò che il sole circonda.

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