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Città della valle dell'Indo

circa 2500 a.C. Harappa e Mohenjo-daro (oggi Pakistan)

In breve

Lungo il fiume Indo, tra gli attuali Pakistan e India nord-occidentale, fiorì una grande civiltà con città come Harappa e Mohenjo-daro. Le strade erano dritte e si incrociavano ad angolo retto, e le case erano costruite con mattoni tutti della stessa misura. Gli abitanti usavano pesi di pietra precisi per il commercio e piccoli sigilli incisi con animali e segni. La loro scrittura non è ancora stata decifrata.

Perché è importante Fu una delle civiltà più estese dell'antichità, eppure resta piena di misteri.

Fonte: Encyclopaedia Britannica, «Indus civilization»

Illustrazione: Città della valle dell'Indo (Harappa e Mohenjo-daro (oggi Pakistan))
Illustrazione creata con l'IA per Storiascopio
Città della valle dell'Indo: Harappa e Mohenjo-daro (oggi Pakistan)
Dove: Harappa e Mohenjo-daro (oggi Pakistan)

Scheda per studiare circa 6 minuti di lettura

Il racconto

Mattoni antichi usati per i binari

Verso il 1856, gli ingegneri inglesi che costruivano la ferrovia fra Lahore e Multan, nel Punjab, ebbero un problema: serviva ghiaia per i binari e la zona non ne aveva. Si accorsero allora che, vicino al villaggio di Harappa, c'erano colline piene di mattoni cotti, antichissimi e ben fatti. Li presero e li usarono. Si calcola che con quei mattoni furono preparati chilometri di massicciata. Non sapevano che stavano distruggendo parte di una città di quattromilacinquecento anni, capitale di una civiltà che il mondo aveva dimenticato.

La riscoperta vera cominciò solo negli anni Venti del Novecento. Nel 1921 fu scavata Harappa, nel 1922 l'archeologo Rakhaldas Banerji cominciò a scavare un'altra grande rovina in Sindh, Mohenjo-daro, il cui nome in lingua locale significa «il colle dei morti». Nel 1924 John Marshall, direttore del servizio archeologico dell'India, annunciò al mondo la scoperta di «una civiltà dimenticata». Oggi la chiamiamo civiltà della valle dell'Indo, o civiltà harappana.

Più grande dell'Egitto e della Mesopotamia

Per gli standard dell'epoca era immensa. Nel suo momento di massimo splendore, tra il 2600 e il 1900 a.C. circa (la fase detta «matura»), occupava un'area di oltre un milione di chilometri quadrati: la valle dell'Indo, in Pakistan, ma anche il Gujarat e il Rajasthan in India e parti dell'Afghanistan. Sono state individuate oltre mille località, quasi tutte piccoli villaggi. Le città principali erano poche: Mohenjo-daro, Harappa, Dholavira, Rakhigarhi e Ganweriwala. Gli studiosi stimano che la civiltà contasse da uno a cinque milioni di abitanti, ma i numeri sono molto incerti.

Le sue origini sono più antiche: a Mehrgarh, sulle colline del Balucistan, esistevano già dal 7000 a.C. villaggi di contadini, che coltivavano orzo e grano e allevavano bovini. Nei millenni successivi i villaggi crebbero lungo i fiumi, e circa nel 2600 a.C. nacquero le città.

Città progettate a tavolino

La caratteristica più sorprendente è l'ordine. Le strade principali correvano dritte da nord a sud e da est a ovest e si incrociavano ad angolo retto, come una scacchiera. Le case erano costruite con mattoni cotti (a Mohenjo-daro) o crudi (in altri luoghi) dalle proporzioni sempre uguali: la lunghezza era il doppio della larghezza e il quadruplo dell'altezza. Questo rapporto 4:2:1 si ritrova in tutte le città, anche a centinaia di chilometri di distanza. Pareva che qualcuno avesse deciso la misura per tutti.

Anche i pesi erano standard: piccoli cubi di pietra, ciascuno doppio del precedente (1, 2, 4, 8, 16, 32, 64...), che servivano per i commerci. Le città avevano un quartiere alto, la cittadella, costruita su una piattaforma, con edifici pubblici e cisterne, e un quartiere basso con le abitazioni. Quasi tutte le case avevano pozzi e bagni, collegati a fogne (ne parleremo in un'altra scheda).

Commercio, artigianato e sigilli

Gli abitanti dell'Indo facevano un cotone bellissimo, perline di corniola lavorate con grande abilità, vasellame dipinto, statuine di terracotta, gioielli. Commerciavano con i vicini e con la Mesopotamia (vedi la scheda sul commercio). Usavano piccoli sigilli di pietra, quadrati, con animali incisi, come tori, tigri, elefanti, rinoceronti e una creatura con un corno solo, spesso chiamata «unicorno», e sopra una riga di piccoli segni. Il più celebre oggetto di Mohenjo-daro è una statuetta di bronzo alta 10 centimetri, la «ragazza danzante»: una giovane con il braccio coperto di bracciali, in una posa piena di vita.

Una scrittura che nessuno legge

I segni sui sigilli, circa quattrocento diversi, formano brevi iscrizioni, di solito di cinque o sei segni; la più lunga ne ha ventisei, distribuiti su più facce di un oggetto. Nessuno è riuscito a leggerli. Non c'è un'iscrizione bilingue, come la Stele di Rosetta, e i testi sono troppo brevi. Alcuni studiosi dubitano perfino che si tratti di una vera scrittura. Per questo, della gente dell'Indo non conosciamo né la lingua, né i nomi dei re, né le storie. È come ascoltare una musica senza parole.

Senza re e senza guerre?

Un altro enigma: a differenza di Egitto e Mesopotamia, qui non sono stati trovati grandi palazzi reali, né tombe di re, né templi chiaramente riconoscibili, né molte armi. Alcuni pensano a società meno disuguali; altri ricordano che forse non abbiamo ancora capito come leggere i resti. Non lo sappiamo.

La fine

Intorno al 1900 a.C. le città furono abbandonate lentamente. Una vecchia teoria parlava di una invasione di guerrieri a cavallo, ma oggi non ci crede quasi nessuno: i resti trovati a Mohenjo-daro non sono le vittime di un massacro. Gli studiosi pensano piuttosto a un cambiamento del clima, con monsoni più deboli, e a fiumi che cambiano corso o si seccano. Con meno acqua e meno raccolti, la gente si spostò verso est e verso sud, in villaggi più piccoli.

Perché successe

Le città dell'Indo nacquero grazie ai fiumi. L'Indo e i suoi affluenti, alimentati dalla neve dell'Himalaya e dai monsoni, portano acqua e limo fertile alle pianure. Chi coltivava lì poteva ottenere raccolti abbondanti di orzo, grano e, forse per primo al mondo, cotone.

Furono importanti i commerci. La valle si trova tra le montagne di Afghanistan e Iran, ricche di metalli e pietre preziose, e il mare Arabico, con i suoi porti. Chi controllava i passaggi poteva arricchirsi vendendo cotone, perline e ceramiche in cambio di rame, argento e lapislazzuli.

Infine pesò la tradizione dei villaggi più antichi. A Mehrgarh e in altre località, per migliaia di anni, le comunità avevano imparato a coltivare, costruire con i mattoni, fabbricare ceramiche. Le città del 2600 a.C. sono il frutto di quella lunga preparazione.

Cosa cambiò

La civiltà dell'Indo ha lasciato un patrimonio di idee pratiche: la pianificazione delle città, la standardizzazione delle misure, l'attenzione per l'acqua e per l'igiene. Molte abitudini, come l'uso di certi motivi sui vasi o la cura del bagno rituale, potrebbero essersi trasmesse alle culture successive dell'India, anche se gli storici discutono quanto.

La sua scoperta, negli anni Venti, ha spostato indietro di più di due millenni la storia antica dell'India e ha mostrato che il subcontinente ebbe le sue città prima ancora dei grandi regni successivi. Ha anche dato un nuovo senso all'identità culturale del Pakistan e dell'India, che oggi conservano e studiano i siti.

Il mistero della scrittura continua a stimolare gli studiosi, che provano a decifrarla con i computer e con l'intelligenza artificiale. Intanto i siti sono in pericolo: il sale, le inondazioni e il caldo rovinano i mattoni, e nel 1980 Mohenjo-daro è stata dichiarata patrimonio mondiale proprio per proteggerla.

Persone e luoghi chiave

Persone

Rakhaldas Banerji
Archeologo indiano (1885-1930) che nel 1922 cominciò gli scavi di Mohenjo-daro e riconobbe l'antichità del sito.
John Marshall
Archeologo britannico (1876-1958), direttore del servizio archeologico dell'India, che nel 1924 annunciò al mondo la scoperta della civiltà dell'Indo.
Mortimer Wheeler
Archeologo britannico (1890-1976) che tra il 1946 e il 1950 scavò Harappa e Mohenjo-daro con metodi molto precisi; sostenne l'ipotesi, oggi abbandonata, di un'invasione.

Luoghi

Harappa (Punjab, Pakistan)
Città che dà il nome alla civiltà. Le sue rovine furono per decenni usate come cava di mattoni per la ferrovia.
Mohenjo-daro (Sindh, Pakistan)
La più grande città dell'Indo, con strade dritte, fogne e il Grande Bagno.
Dholavira (Gujarat, India)
Città con grandi serbatoi d'acqua e una porta con un'iscrizione di dieci grandi segni, tra i testi più lunghi della scrittura dell'Indo.

Da sapere

  • Gli ingegneri della ferrovia usarono i mattoni di Harappa per i binari: in pratica una città di 4.500 anni fu trasformata in ghiaia.
  • I mattoni delle città dell'Indo avevano sempre le stesse proporzioni, 4:2:1, anche a centinaia di chilometri di distanza.
  • Sui sigilli compare spesso un animale con un solo corno, chiamato «unicorno», che nessuno sa identificare con certezza.
  • Il nome Mohenjo-daro significa «colle dei morti» in lingua sindhi: è il nome moderno, non sappiamo come si chiamasse la città.
  • La scrittura dell'Indo, con circa 400 segni, è ancora indecifrata dopo un secolo di tentativi.

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